DON MINZONI - CAPPELLANO MILITARE
[il Sacerdote] [il Cappellano militare] [il Pastore] [l'assassinio] [il Testamento] [Gemellaggio] [Attualità] [Indice]
Nell'agosto del 1916, chiamata
alle armi la classe 1885, Egli doveva lasciare la parrocchia, Argenta, per
andare soldato nella settima compagnia di sanità in Ancona. Dopo alcuni mesi,
veniva destinato al servizio nell'ospedale militare di Urbino. Ma l'ambiente
dell'ospedale, dove pure si faceva amare dai superiori e compagni e dove cercava
di far del bene, non si confaceva al suo temperamento. Egli si sentiva attratto
ad una vita di maggiore attività spirituale ed anche fisica, a doveri più alti
e più ardui: perciò, malgrado le preghiere insistenti dei parenti e degli
amici, faceva domanda di cappellano di reggimento. La sua domanda veniva
accolta, e D. Minzoni veniva nominato tenente Cappellano del 255° Fanteria, il
reggimento dispari della gloriosa Brigata "Veneto". Con
quale entusiasmo, Egli parti per il fronte! Le sue lettere scritte di la, e il
suo diario di guerra segnavano le azioni del suo nuovo apostolato e rivelano i
sentimenti del suo animo nobile ed elevato mai preso dall'avvilimento, sempre
pronto al sacrificio. Egli scriveva ad un amico: "Crede che sia avvilito?
Per nulla! Anzi lo sa che io ho un carattere che si eccita dinnanzi alle
difficoltà e alle cose nuove". Il suo
Diario poi è un vero specchio della sua vita, del suo animo. Giorno per
giorno Egli vi nota e descrive episodi, fatti, impressioni, osservazioni; vi
riassume i discorsi fatti al campo e altrove, le lettere scambiate con la
famiglia, gli amici, altre persone; vi esprime giudizi sopra sé, sopra gli
altri con la sua solita sincerità e con finezza di esame psicologico; vi
confessa i suoi difetti ed insuccessi spirituali, i suoi tormenti, le sue
aspirazioni; vi fa vibrare la sua anima con le sue intense emozioni, i suoi
santi entusiasmi, il suo fervore per il bene dei soldati e delle persone care
lontane, per la salvezza e la gloria della patria. Oltrechè della vicende
personali e dei fatti principali della guerra, è una rassegna dei ricordi più
belli della sua vita di studente e di sacerdote. La
sua attività durante la guerra si definisce soltanto così: confortatore dei
feriti e dei morenti, confortatore dei soldati, ufficiale, soldato, sacerdote
esemplare, di gran coraggio, di grande pietà, di grande fede in Dio e nei
destini di Italia. Con quante industrie
Egli cercava di ravvivare lo spirito cristiano nei soldati; e con le
conversazioni, col buon esempio, col suo fare franco e gioviale si studiava di
togliere pregiudizi, illuminare, tirare al bene gli ufficiali! Specialmente nel
periodo natalizio e pasquale, e nel mese di maggio. Egli era infaticabile nel
ministero e nel coltivare la fede e la pietà. Era
sempre pronto e primo nei rischi e nei combattimenti. Egli ben poteva scrivere:
"Spendere la vita per un ideale, non è morire, è vivere!". E per i
suoi cari, piangenti alla sua partenza, dopo una visita in breve licenza:
"Che Dio vi benedica e vi dia quella fede e costanza, che nutre in cuore il
vostro Giannetto!". E per se: "La morte sul campo non mi ha mai fatto
paura; mi sembra bella, grande". Volontariamente
prendeva parte a ricognizioni, come una volta sul Piave, con un plotone di
arditi, per cui meritò uno speciale encomio dal colonnello. Si trovò in azioni
e in battaglie gravissime sul Trentino e sull'Isonzo. A monte Zebio, nel giugno
1917, ebbe, come Egli s'esprimeva, il suo battesimo di fuoco. A Brestovizza si
segnalò in modo speciale, cosicché nel settembre venne proposto per una
medaglia al valore; ma alla proposta non fu dato corso! Ed egli ne provò
rincrescimento, e agli amici e ai superiori francamente lo rivelò dichiarando
di tenerci ad un riconoscimento del dovere compiuto, non per millanteria e vanità,
ma per maggiore onore e credito del suo mistero. Tra
gli episodi ne ricordiamo uno dell'ottobre dello stesso anno 1917. Si trovava in
prima linea ed essendo stato colpito da una palla il capitano medico. D. Minzoni,
rischiando la vita, lo soccorse, e sotto il tiro nemico lo portò al sicuro.
Intorno a Lui, il colonnello, in data 25
settembre1917, stendeva il seguente rapporto informativo: " Assai robusto,
resistente alle fatiche. Ha carattere forte, franco e leale. Ha gentile l'animo
e pratica razionalmente la carità cristiana. E' molto coraggioso. Coadiuva
efficacemente il comando di Reggimento, conservando nella truppa, sia con
opportuni discorsi domenicali, sia con consigli dati amichevolmente ai gruppi di
soldati che spontaneamente lo avvicinano, lo spirito di disciplina... E' stimato
ed amato da tutti gli ufficiali del reggimento, compresi quelli non credenti e
di altra religione. Malgrado il suo spirito ardente e battagliero, nelle
discussioni fra ufficiali si conserva calmo e prudente. In combattimenti ed in
trincea è non curante del pericolo; gira per le trincee e per i posti di
medicazione a rincuorare i feriti ed i meno animati...". Le
sue belle virtù religiose, civili, militari, dovevano culminare durante la
battaglia del Piave, che nel giugno 1918 decise in favore dell'esercitò
italiano tutta quanta l'aspra e sanguinosa tenzone. Egli
scriveva: "Sarà il mese degli avvenimenti? In questo mese sono entrato in
Seminario, ho fatto la prima Comunione, ho avuto il battesimo del fuoco a monte
Zebio. Vedremo!". Il generale gli diceva: "Don Giovanni, se ci sarà
l'azione, mi riprometto molto da lei". Ed Egli rispondeva: "Signor
Generale, farò tutto il mio dovere, in prima linea". Era il 15 giugno, il
tragico giorno che segnava il secondo tentativo di invasione barbarica. La
veneto posta agli ordini della terza Armata si trovò fortemente impegnata
contro forze nettamente superiori, al caposaldo di Salettuol. Essa compì
prodigi di valore. Ogni soldato fu un leone; ogni ufficiale fu un eroe. Don
Minzoni compì un'azione di grande importanza, che segnò tra i suoi il
principio della riscossa e della reazione contro gli assalitori che avevano
passato il Piave. A battaglia finita, a
vittoria raggiunta, il 28 giugno il Duca d'Aosta distribuiva sul campo ai prodi
della sua magnifica "Invitta" gli ambiti segni del valore della
riconoscenza nazionale. E a D. Giovanni Minzoni, per primo, veniva data una
medaglia d'argento al valore con la seguente motivazione: "Instancabile
nella sua missione pietosa di confortar feriti, di aiutare i morenti durante il
combattimento, impugnato il fucile e messosi alla testa di una pattuglia di
arditi si slanciava all'assalto contro un nucleo nemico, faceva numerosi
prigionieri e liberava due nostri militari di altro corpo precedentemente
catturati". L'episodio, narrato nella
schematica motivazione, può essere annoverato tra i più belli di quelle
gloriose giornate. La narrazione così interessante nei suoi particolari,
l'abbiamo letta su vari giornali, e l'abbiamo udita più volte dalla bocca
stessa di D. Minzoni, che si sentiva così soddisfatto di aver anch'egli
contribuito col braccio alla salvezza della Patria! Il
24 giugno, festeggiatissimo dal Reggimento e dai lontani, in occasione del suo
onomastico, D. Minzoni scriveva: "Ho passato una giornata piena di felicità,
perché sento d'aver fatto tutto il mio dovere, e sento di essere tanto
amato!" - E dopo la premiazione: "Sono fiero di essere fregiato della
medaglia d'argento; però sono più fiero di essere veramente amato dai soldati
e superiori!". Alla medaglia d'argento
s'aggiunsero due croci di guerra, la medaglia del milite ignoto, quella del
Piave, quella della campagna, una francese e altre: in tutto undici, insieme a
quella di cavaliere d'Italia; di esse si fregiava in circostanze solenni senza
spirito d'ostentazione, con legittimo orgoglio. Testimonianze
del suo valore, e dell'adempimento pieno e fervoroso dei suoi doveri, sono le
lettere dei suoi superiori e commilitoni, di cui alcuna riferiamo più avanti. E
testimonio fra tutti assai prezioso, è il suo attendente, Bisio Emilio di
Genova, un autentico operaio, sulla quarantina, dal viso bronzeo e le mani
callose; il quale aspettava con ansia a Genova, per il congresso Eucaristico, il
suo extenente; e invece, appresa la ferale notizia della morte di lui, accorse a
Ravenna per assistere ai funerali e portare, piangente dietro il feretro, la sua
divisa con le decorazioni! Egli ha narrato col pianto negli occhi, commoventi
particolari della sua vita al campo; e conservava nel portafogli lettere,
qualcuna logora e ridotta in brandelli, illeggibile, del suo Don Giovanni, che,
finita la guerra, ha continuato a scrivergli con l'affetto di un fratello.
Nell'ottobre 1918, perché preso da ostinate
febbri malariche, si vide costretto a chiedere l'avvicendamento. Fu destinato ad
un ospedaletto da campo; ma Egli, rimessosi alquanto, chiese ed ottenne di
ritornare al suo Reggimento. Scriveva ad un amico: "L'affetto e la solennità
dell'ora mi hanno ispirato così". Il Brigadiere Generale Comandante De
Maria scriveva tra l'altro al Colonnello: "Sono lieto nell'apprendere che
il cappellano D. Giovanni Minzoni è ritornato per suo desiderio al reggimento
che lo ama e lo ammira per le sue reiterate prove di abnegazione e di profondo
sentimento del suo pietoso dovere". E
venne l'ultima azione, l'armistizio, la pace. Nel
febbraio del 1919, D. Minzoni fu incaricato di portare a Gabriele D'Annunzio la
medaglia d'oro offerta dal reggimento. Il poeta lo accolse con molta cordialità
e gli donò due opuscoli con le dediche: " A Don Giovanni Minzoni prode
soldato di Cristo e d'Italia". - " A Don Giovanni Minzoni questo libro
d'ardore a chi arde. Gabriele D'Annunzio". Gli
consegnò inoltre una lettera per il Reggimento, nella quale il Poeta, tra
l'altro, ha scritto: "Non è questo un piccolo dono. Il messaggio che mi
avete spedito, il credente nel Cristo risorto e nell'Italia risorta, il buon
Cappellano Ravennate, che porta sul petto il segno azzurro della prodezza, ha
veduto la mia mano tremante nel riceverlo.......Voglio ripetervi la parola che
dissi ad altri compagni nell'alba del 25 maggio 1915, nell'alba di Roma; il
nostro Dio ci conceda di ritrovarci o vivi o morti in un luogo di luce".
Appreso, scrivendo agli amici, D. Minzoni tradiva
l'amarezza che già presentiva nel dover presto lasciare il reggimento, amarezza
che sarebbe stata assai più grande e tale da tentarlo a rimanere cappellano
militare, se la sua Argenta non l'avesse reclamato.